Tutti gli articoli di Gianpiero Landi

Fonti e documenti

L’arresto di Armando Borghi, «Volontà», a. 2, n.  43, 5 dicembre 1914, p. 1.

Guerra di Classe. Ai compagni d’Italia, «Volontà», a. 2, n.  46, 26 dicembre 1914, p. 1.

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Parigi, febbraio 1912. Cartolina postale inviata da Armando Borghi a Luigi Fabbri. Nella foto Borghi e i compagni di lavoro, con dedica.

► Gianpiero Landi, Borghi l’imbianchino, «Bollettino Archivio G. Pinelli»,  n. 39, giugno 2012, pp. 46-47.

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Manifesto comizio Borghi pro Masetti (Torino 1914)

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Cartolina “Stampa Anarchica 1946-1948”

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“La presente cartolina serve per chi voglia ricevere il giornale UMANITA’ NOVA. Voi che siete intervenuti alla conferenza di Armando Borghi potrete conoscere meglio il pensiero degli anarchici abbonandovi al giornale redatto dal Borghi”

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Armando Borghi è ritornato in Italia, «Aurora» (Napoli [ma Ravenna]), n. 8, 12 settembre 1945, p. 1.

Programma Convegno di studi (Castel Bolognese 1988)

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1978

Testi su Armando Borghi

► Gianpiero Landi, Vivere da anarchici, «A», n. 441, marzo 2020 [Relazione su “Armando Borghi a cinquant’anni dalla morte”, presentata al Convegno su “Le organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell’Italia repubblicana (1943-2018)”, tenutosi a Castel Bolognese il sabato 8 dicembre 2018, organizzato dalla Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” in collaborazione con la Biblioteca Comunale “Luigi Dal Pane”].


► Gianpiero Landi, Armando Borghi protagonista e critico del sindacalismo anarchico, Imola. Edizioni Bruno Alpini, 2012.

Borghi e il sindacalismo


Dossier Armando Borghi, «A», a. 13, n. 113, ottobre 1983, p. 29-38.

Si vedano, in alternativa, i singoli articoli (dal sito della rivista):
Presentazione redazionale
► Gianpiero Landi, Mezzo secolo di anarchia 
► Maurizio Antonioli, Quando Borghi era sindacalista
► Giampietro “Nico” Berti, Tra ideologia e realtà 
[Gli articoli di Antonioli e di Berti sono le relazioni presentate dai due rispettivi autori alla “Giornata di studio su Armando Borghi” tenutasi a Bologna, a Palazzo Montanari, il 12 novembre 1978, per iniziativa del Centro Studi Libertari/ Archivio “G. Pinelli” di Milano].

A 113 ottobre 1983


► Oreste Veronesi, “Nostra legge è la libertà”. Gaetano Salvemini e gli anarchici italiani tra totalitarismo e democrazia, «Rivista Storica del Socialismo», n. s., a. 4, n. 1, maggio 2019, pp. 31-55.

► Antonio Senta, Una vicenda rimossa: l’affaire Ricciotti Garibaldi e l’antifascismo di lingua italiana in Francia, «Storia e Futuro», Rivista di storia e storiografia, a. 26, giugno 2011.

► Paolo Finzi, Borghi e l’USI, Intervista a Maurizio Antonioli, «A» (Milano), a. 20, n. 178, dicembre 1990 – gennaio 1991.

► Giuseppe Galzerano, L’anarchico Armando Borghi in Calabria, «Bollettino dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea», n. 2 (9), dicembre 1990.

► Vittorio Emiliani, Vivere da anarchici, «A» (Milano), a. 19, n. 161, febbraio 1989.

► Maurizio Antonioli – Bruno Bezza, Alcune linee interpretative per una storia dell’Unione Sindacale Italiana: un inedito di Armando Borghi, «Primo Maggio», a. 1, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 57-65.

Testi di Armando Borghi (libri e opuscoli)

► Armando Borghi, Il nostro e l’altrui individualismo. Riflessioni storico-critiche su l’anarchia, con prefazione di Leda Rafanelli, Brisighella, Tipografia di Ermenegildo Servadei, 1907, p. 135. (*)

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► Il Ciabattino ribelle [A. Borghi], La Medaglietta e altre colpe di carcere, Bologna, Biblioteca Lux, 1909, p. 48.

► Armando Borghi, Gli anarchici e le alleanze. Conferenza con libero contradittorio tenuta la sera del 12 Gennaio 1927 alla “Rand School” di New York, sotto gli auspici dei gruppi: Volontà’ e South Brooklyn (con appendice di Luigi  Fabbri), New York, Circolo Operaio di Cultura Sociale, [1927], p. 60.

Contro gli intrighi massonici nel campo rivoluzionario. Raccolta di articoli di Camillo Berneri e Armando Borghi, I Gruppi Anarchici dell’Antracite, 1939, p. 44.

► Armando Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), con prefazione di Gaetano Salvemini, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1954, p. 371.  (*)

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► Armando Borghi, Mussolini in camicia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1961, p. 192.   (novità)

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► Armando Borghi, La rivoluzione mancata, in appendice: L’autonomia sindacale (documenti), Milano, Azione Comune, 1964, p. 182. (*)

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* [da www.liberliber.it, Progetto Manuzio]

Armando Borghi. Un pensatore ed agitatore anarchico, a cura dei G.I.A., Pistoia, 1988, p. 448 [raccolta di articoli apparsi ne «L’Adunata dei Refrattari» tra il 1931 e il 1944].     (novità)

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Cavallazzi Raffaele

CAVALLAZZI,  RAFFAELE

Nasce a Castel Bolognese (RA) il 25 dicembre 1852 da Antonio e Fortunata Budini; rivenditore di giornali, tipografo. Il padre è segretario comunale, e la famiglia annovera fra i propri membri e parenti diversi patrioti coinvolti nelle cospirazioni e nei fatti d’arme del Risorgimento. In particolare lo zio materno Giuseppe Budini, amico personale di Mazzini e della di lui madre Maria Rossi Drago, già esule a Parigi dove diventa tipografo, nel 1848-49 al comando di volontari prende parte a diverse battaglie durante la prima guerra d’indipendenza e la successiva difesa della Repubblica Romana. La sua formazione avviene in un ambiente permeato di idealità patriottiche ma anche di aspirazioni a un assetto politico e sociale più libero e giusto. A differenza dei due fratelli Arnaldo e Giuseppe, entrambi studenti universitari, interrompe quasi subito gli studi.  A quattordici anni, quando nel 1866 scoppia la terza guerra d’indipendenza, chiede di aggregarsi al fratello Arnaldo e ai cugini che partono volontari per combattere tra i garibaldini o nell’esercito regolare, ma il padre glielo impedisce per la sua giovane età.  Arnaldo ritornerà debilitato nel fisico e morirà l’anno dopo. L’altro fratello Giuseppe morirà invece a Carcare (SV) a 21 anni nel 1876, mentre è sergente nell’esercito, sembra per un suicidio. Pur mancando la documentazione in proposito, è probabile che la adesione di Raffaele al socialismo anarchico risalga alla metà del decennio 1870.  Armando Borghi lo citerà molti anni dopo in un elenco di vecchi militanti da lui conosciuti in gioventù che avrebbero preso parte al moto di Bologna del 1874 con Bakunin, ma non sono state trovate conferme. In ogni caso, Raffaele Cavallazzi fa sicuramente parte del primo nucleo di militanti internazionalisti a Castel Bolognese, insieme a Antonio Borghesi (che però vive prevalentemente a Imola) e a Filippo Guadagnini.  All’interno del movimento ben presto egli assume un ruolo di rilievo, tanto che le fonti di polizia lo definiscono per molti anni “capo degli anarchici” della piccola città romagnola. L’attività politica di Cavallazzi è documentata a partire dal 1880, allorché il suo nome comincia ad apparire nei rapporti di polizia e poi nei giornali socialisti. Dopo avere subìto – a partire dal 1869 – alcune condanne per reati minori, nel settembre del 1881 viene condannato per “cospirazione e attentati contro la sicurezza interna dello Stato”. Il 15 giugno 1883 riceve una condanna a un anno di carcere per “detenzione di armi insidiose e per contravvenzione ai Regolamenti ferroviari”. Si tratta di alcuni tra i primi episodi di una serie innumerevole e quasi incredibile di fermi, arresti, detenzioni, ammonizioni e persecuzioni di ogni genere – in gran parte documentati nel suo fascicolo personale presso il CPC – a cui dovrà sottostare per buona parte della sua esistenza, e che mai riusciranno a demoralizzarlo e a distoglierlo dal suo impegno politico.  Ancora Armando Borghi scriverà di lui: “Era il proselitista nato. Si doveva in gran parte a lui se a Castel Bolognese gli anarchici erano il più forte numero fin dai tempi dell’Internazionale. A ogni 18 marzo esponeva la bandiera rossa alla finestra. Arrestato non saprei quante volte, se ne usciva sempre più deciso. Testa leonina, barba cappello e cravatta alla Cipriani […] Non incolto; intelligentissimo. In ogni comizio prendeva la parola e sapeva dire cose assennate anche agli onorevoli” (Il tramonto di Bacunin?, 1939). Nel 1881 parla per la prima volta in pubblico, in occasione di una commemorazione unitaria della battaglia di Mentana, a cui prendono parte gli anarchici, i socialisti e i repubblicani. Se le persecuzioni politiche e giudiziarie non riescono a piegarlo, i continui arresti e le spese per gli avvocati per fare fronte ai processi lo costringono però a dare fondo alle risorse economiche della famiglia di origine, considerevoli per l’epoca. Perde inoltre quasi immediatamente l’impiego presso la Congregazione di Carità, ritrovandosi quindi in difficoltà per mantenere la famiglia che nel frattempo si è formato. Sposato con Maria Contoli, gli nascono cinque figli: Arnaldo (1878), Giuseppina (1880), Ribelle (1885), Fortunata (1887) e Giannina Luce Anarchina (così registrata all’Anagrafe per volontà del padre, 1890). I due figli maschi, Arnaldo e Ribelle, diventeranno anch’essi figure di rilievo dell’anarchismo castellano. Per sopravvivere si adatta a vendere giornali presso la Stazione ferroviaria, approfittandone per ricevere e propagandare i giornali anarchici editi in Italia e all’estero, e per tenere i contatti con i compagni in transito per la Stazione stessa. Per tutto il decennio 1880 a Castel Bolognese la frattura fra socialisti e anarchici non può dirsi ancora conclusa, nonostante le polemiche che già oppongono Andrea Costa agli anarchici intransigenti e in particolare a Malatesta. Dal 1881 al 1884 continuano ad apparire nell’«Avanti!» varie corrispondenze che attestano gli intensi rapporti di Cavallazzi. e dei primi socialisti anarchici castellani con Costa. La separazione in due tendenze politiche ben distinte avviene con un certo ritardo, e Cavallazzi ne è il promotore. Nel 1892 egli viene espulso “per comportamento autoritario” dal Circolo di Studi Sociali di Castel Bolognese, fondato il 1° Maggio dell’anno precedente, di cui fanno parte anarchici, socialisti e repubblicani (il Circolo verrà poi sciolto dalle Autorità nel 1894). Per solidarietà con Cavallazzi escono dal Circolo una decina di soci, componenti la frazione anarchica intransigente (vi rimangono invece alcuni anarchici “possibilisti”, contrari alla rottura con le altre componenti e desiderosi  di evitare  la
dissoluzione del Circolo stesso). L’espulsione di Cavallazzi si deve ricondurre al suo tentativo di contrastare il ruolo direttivo esercitato all’interno del Circolo da alcuni esponenti socialisti, in particolare il dott. Umberto Brunelli. L’episodio mette in luce la determinazione di Cavallazzi che si pone come alfiere delle posizioni anarchiche più intransigenti, e attesta altresì la sua influenza su una parte significativa dei compagni locali. L’anno dopo è coinvolto dalla polizia nel più eclatante episodio di anticlericalismo avvenuto a Castel Bolognese, che suscita clamore in tutta la Romagna. E’ infatti denunciato con altri compagni come uno degli autori della decapitazione di una statua della Madonna avvenuta nella notte del 21 maggio 1893 nella Chiesa di San Francesco in occasione della Festa della Pentecoste. Viene per questo processato insieme agli anarchici Antonio Garavini, Giuseppe Minardi, Michele Fantini. Condannato in primo grado, è assolto in appello con sentenza del 22 novembre 1893 dal Tribunale di Ravenna per non provata reità, insieme a Garavini e a Minardi (Fantini era stato già assolto nel primo processo). Nei primi mesi del 1894 è tra i promotori di alcune riunioni per costituire Fasci dei lavoratori in Romagna, a somiglianza di quelli siciliani. La sera del 31 maggio 1894 prende parte a una manifestazione di solidarietà proprio con i Fasci siciliani che si tiene per le vie di Castel Bolognese. Per questo episodio viene processato con altri 18 anarchici e socialisti e viene condannato a 3 mesi di detenzione e una forte multa per “eccitamento a delinquere”. Il 7 dicembre 1894 il Tribunale di Ravenna lo condanna a 19 mesi di reclusione, 400 lire di multa e due anni di sorveglianza per “associazione a delinquere”, in un processo che coinvolge altri anarchici castellani (Ugo Biancini, Giovanni Borghesi, Francesco Budini, Pietro Garavini, Vincenzo Lama, Mario Scardovi), accusati  dei
reati previsti dagli art. 247 e 248 del Codice Penale. Uscito dal carcere nell’aprile 1896, vi rientra poco dopo e vi trascorre alcuni mesi per scontare altre condanne minori. Viene proposto inoltre per l’assegnazione al domicilio coatto. Per sottrarsi alle persecuzioni politiche e per risolvere il problema della mancanza di un lavoro stabile, tenta la strada dell’emigrazione. Munito di regolare passaporto, il 29 ottobre 1896 si imbarca a Genova sul piroscafo “Gergovia” diretto a Buenos Aires. Rimpatria a Castel Bolognese tre anni dopo, il 19 ottobre 1899, e subito viene convocato nell’ufficio di P.S. e “diffidato a tenere regolare condotta specialmente in linea politica”. Il richiamo non sortisce alcun effetto, e immediatamente riprendono sia l’attività politica di Cavallazzi, sia le persecuzioni delle autorità. Il 23 settembre 1900, nel clima repressivo seguito al regicidio di Bresci, viene denunciato per associazione a delinquere quale uno dei componenti il nucleo organizzatore del Gruppo socialista-anarchico di Castel Bolognese sciolto d’autorità, ma si rende latitante e successivamente il Tribunale di Ravenna dichiara il non luogo a procedere. Negli anni successivi compie altri tentativi di trovare lavoro in località all’estero e in Italia, ma sempre senza successo (a Costanza in Germania nel gennaio e nell’aprile 1901, a Milano nel luglioagosto 1905). Già al ritorno dall’Argentina cominciano a manifestarsi disturbi alla vista, che lo portano a perdere
completamente l’uso di un occhio. Nel 1900 circa viene fondata dal figlio Arnaldo la Tipografia Cavallazzi, impresa commerciale che svolge anche un ruolo politico in quanto vi saranno stampati giornali anarchici e di sinistra, non solo castellani, fino all’avvento del fascismo. Per un decennio Raffaele sarà l’intestatario dell’impresa, a cui collabora tutta la famiglia, ma svolgerà sempre un ruolo secondario. Nel 1911 la gestione della Tipografia passerà completamente nelle mani del figlio Ribelle, affiancato dalle sorelle, e Raffaele si dedicherà soprattutto all’attività di rilegatore di libri. Anche in epoca giolittiana Raffaele rimane uno degli elementi più in vista dell’anarchismo castellano, che si rafforza per l’ingresso in scena di nuove generazioni di militanti. Nel nuovo clima politico di inizio secolo, meno repressivo e persecutorio, anch’egli vede allentare la pressione nei suoi confronti, ma non cessano le denunce e i processi. Viene condannato nel 1903 per avere diffuso senza autorizzazione il 18 marzo un numero unico commemorante la Comune di Parigi. La sera del 22 ottobre 1905 viene arrestato insieme ad altri per le proteste seguite all’intimazione, da parte del delegato di PS di Castel Bolognese, di scioglimento di una pubblica riunione in cui è oratore il repubblicano Pirro Gualtieri di Cesena. Il giorno dopo, mentre viene tradotto alle carceri di Faenza, riesce clamorosamente a fuggire insieme al figlio Arnaldo, ad Armando Borghi e allo stesso oratore Gualtieri. Nel successivo processo il Tribunale di Ravenna il 23 novembre lo condanna per questo a 51 giorni di reclusione e a 100 lire di multa. Negli anni successivi continua a collezionare denunce e processi, subendo alcune condanne per reati minori, soprattutto oltraggio ai Carabinieri e affissione di stampati. Continua a svolgere un’intensa attività, partecipando anche a riunioni e Convegni anarchici a Castel Bolognese e altre città vicine. Nel giugno 1914 Raffaele Cavallazzi partecipa ai moti della Settimana rossa, durante i quali a Castel Bolognese viene assalita e bruciata la Stazione ferroviaria, e risulta per questo tra gli arrestati. Sarà liberato poi senza processo a seguito di un’amnistia. Il 26 maggio1915 viene sorpreso dai Carabinieri mentre distribuisce clandestinamente dei manifestini contro la guerra. Successivamente è tratto in arresto il 22 settembre 1916 perché sorpreso a parlare con giovani di Faenza iscritti alla leva della classe 1897, incitandoli a ribellarsi con le frasi: “Voialtri dovreste fare la rivoluzione e gridare abbasso la guerra, abbasso l’Italia, viva l’Internazionale” (nel processo per questo episodio verrà poi assolto per insufficienza di indizi). Nel dopoguerra i suoi rapporti con i compagni, soprattutto i più giovani, sono talvolta contrastati, a causa del suo carattere considerato da molti troppo autoritario e intollerante. Dopo l’avvento del fascismo, ormai vecchio e quasi cieco, viene aggredito da uno dei fondatori del fascio locale che per spregio gli taglia una parte della barba. Subìto l’oltraggio, con fierezza grida in
faccia al suo aggressore: “Ero anarchico con la barba, sono anarchico anche senza”. In seguito lascia “dissestata” la barba, per potere ripetere mostrandola: “Tutti devono vedere e sapere come quei manigoldi dei fascisti maltrattano i vecchi”. A parte questo episodio, viene lasciato abbastanza tranquillo. Nel 1928 viene radiato dallo schedario dei sovversivi perché “data la sua avanzata età (anni 76) e la quasi completa cecità non è più da considerarsi persona pericolosa”. Fino all’ultimo conserva i suoi ideali. Muore a Castel Bolognese il 9 gennaio 1934. (Gianpiero Landi)

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; SASI, GSP, 1878-1900; Archivio privato Scilla Cavallazzi Liverani; BLAB, Fondo Anarchici Castellani; Intervista a Scilla Cavallazzi Liverani, rilasciata a G. Landi e F. Zama il 21 luglio 1986; BCDP-CB, Sezione Locale, Miscellanea; MRBo, Fondi tematici. Gollini 1967-70.

BIBLIOGRAFIA: Il Processo degli Anarchici di Castel Bolognese, «L’Ombra d’Landon» (Ravenna), 8 dicembre 1894; Armando Borghi, Il tramonto di Bacunin?, Newark, NJ., «L’Adunata dei Refrattari», 1939; Id., Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), Napoli, ESI, 1954; Luigi Dal Pane, Ricordo di Castelbolognese: sessant’anni fa, e Mario Santandrea, Carta stampata, in Studi e memorie su Castelbolognese, Imola, Galeati, 1973; Alfredo Taracchini, L’associazionismo anarchico, in Associazioni e personaggi nella storia di Castelbolognese, Imola, Galeati, 1980; Pietro Costa, Comune e popolo a Castelbolognese (1859-1922), Imola, Galeati, 1980; Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Grafiche Galeati, 1983; Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984; Gianpiero Landi, Una famiglia di anarchici castellani: i Cavallazzi, in Aspetti della società tra Ottocento e Novecento, Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1987; Domenico Gottarelli, Oltraggio alla Madonna. Castel Bolognese 1893, Castel Bolognese, s.n., 2003; Nello Garavini, Testimonianze, Imola, La Mandragora, 2010.

Costa Pietro

COSTA   PIETRO

Nasce a Castel Bolognese (RA) il 6 febbraio 1900 da Mariano e Maria Pasini; ferroviere e impiegato. Il padre è un muratore di note simpatie socialiste. Frequenta le sei classi elementari e poi un corso triennale presso la R. Scuola Tecnica “Valsalva” di Imola, concludendo gli studi nel 1915. Amplia le sue conoscenze con lo studio individuale e la lettura, soprattutto di testi su argomenti sociali e politici, formandosi una discreta cultura da autodidatta. Aderisce ancora adolescente al movimento anarchico, e nel 1916 è tra i fondatori della Biblioteca Libertaria di Castel Bolognese (che nel primo dopoguerra troverà ospitalità nei locali del Circolo anarchico), insieme a Nello Garavini, Bindo Lama, Aurelio Lolli, Giuseppe Santandrea e altri giovani della sua generazione. Un’amicizia particolarmente stretta lo lega a Nello Garavini, che all’epoca è il principale animatore del gruppo dei giovani libertari castellani. Dopo una breve esperienza di lavoro presso il Comune di Castel Bolognese, nel 1916 Costa viene assunto in qualità di applicato avventizio presso le Ferrovie dello Stato. Collabora con Garavini nel sostegno al movimento dei disertori, riuscendo a procurare ad alcuni di loro dei falsi passaporti interni, utili in caso di controlli da parte delle forze di polizia. Chiamato alle armi nel 1918, presta il servizio militare nel Genio come telegrafista, fino al congedo nel gennaio 1919. Per quasi un anno torna a lavorare al Comune, poi nel 1920 viene riassunto dalle Ferrovie, impiegato telegrafista alla Stazione di Castel Bolognese. Senza mettersi particolarmente in evidenza contribuisce alle agitazioni del periodo, prende parte a tutte le manifestazioni anarchiche a Castel Bolognese e nei comuni vicini e partecipa a tutti gli scioperi dei ferrovieri.. Anche grazie a lui il Circolo ferrovieri, di cui fa parte, diviene un luogo di ritrovo di anarchici e socialisti, tanto da divenire uno degli obiettivi privilegiati dell’azione squadristica dei fascisti. Nel 1922, dopo la devastazione del Circolo socialista, anche il Circolo dei ferrovieri e il Circolo anarchico chiudono i battenti (in seguito, il 27 luglio 1923, il ferroviere socialista Adelmo Ballardini verrà assassinato da un gruppo di fascisti). Una nota informativa del Prefetto di Ravenna, del settembre 1923, segnala che Costa “fa attiva per quanto simulata propaganda delle sue idee” approfittando del suo impiego, e che “per l’ascendente che ha fra i compagni di idee è ritenuto il capo degli anarchici del paese”. Subisce anche alcune perquisizioni, senza esito. Poco dopo molti ferrovieri vengono licenziati solo perché antifascisti, e Costa è tra loro. Per trovare lavoro e sottrarsi all’atmosfera ormai pesante del paese natale, si trasferisce a Milano dove nell’agosto 1924 viene assunto come impiegato alla Carlo Erba. A Milano, dove ritrova Nello Garavini e la sua compagna Emma Neri che lo hanno preceduto, continua a svolgere attività politica clandestina nel movimento anarchico, assumendo un ruolo di rilievo. Nel gennaio 1926, con Diego Domenico Guadagnini di Imola, è tra gli organizzatori di un Convegno clandestino della UAI che si tiene in una trattoria della Bovisa, presenti circa 20 anarchici del centro-nord, tra i quali Camillo Berneri.  Diffonde clandestinamente stampati pro Sacco e Vanzetti, ed è in corrispondenza con Luigi Fabbri esule in Francia. Sorvegliato dalla polizia fin dall’agosto del 1926, perché sospettato di essere a capo di un gruppo di anarchici e di fornire passaporti falsi a sovversivi e comunque di favorirne l’espatrio clandestino, per le pressioni delle autorità viene licenziato prima dalla Carlo Erba e poi dall’Istituto Informativo Italiano. Nella sua attività politica si serve del falso nome Pietro Pasini (utilizzando il cognome della madre). Il 13 aprile 1929 viene arrestato perché accusato, oltre che di propaganda sovversiva, di avere ricostituito il “Partito anarchico” (la UAI) e di avere svolto attività a favore del “Comitato pro vittime politiche” (associazione clandestina operante fra Milano e Verona che raccoglie aiuti economici da inviare alle famiglie dei perseguitati politici). Nelle indagini sono coinvolti altri 8 anarchici: il ferroviere ticinese Giuseppe Peretti (a favore del quale si sviluppa una mobilitazione internazionale e intervengono le stesse autorità svizzere), Guglielmo Cimoso, Angelo Rognoni, Umberto Biscardo, Diego D. Guadagnini, Gino Bibbi, Romeo Asara, Ermenegilda Villa. Sottoposto a pressanti interrogatori Costa confessa l’attività del gruppo e fa i nomi dei compagni implicati, ammettendo anche gli incontri clandestini con Peretti, qualificato come emissario di Berneri. Accusa inoltre Gino Bibbi e Giovanni Domaschi di avere organizzato e fornito bombe per l’attentato di Gino Lucetti. Il questore Rizzo, che conduce personalmente le indagini, dimostra però di non credere a tutte le rivelazioni. Processato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, con sentenza del 2 ottobre 1929 Costa è condannato a 2 anni di carcere, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici e a 3 anni di sorveglianza speciale. Trascorre gli anni di prigionia nel carcere di Lecce, rifiutando di sottoscrivere la richiesta di grazia presentata dai familiari. In una lettera inviata a Nello Garavini (dal 1926 esule in Brasile), e da questi poi trasmessa per conoscenza a Luigi Fabbri, Costa manifesta rammarico per il comportamento tenuto durante gli interrogatori e per la propria debolezza, che teme gli abbia procurato il risentimento da parte dei vecchi compagni. Matura in questo periodo, in ogni caso, il suo distacco dal movimento anarchico e l’avvicinamento al PCI clandestino, a cui si iscrive nel 1931, subito dopo la scarcerazione. Tornato a Castel Bolognese per scontare i tre anni di sorveglianza speciale, patisce la discriminazione di cui sono oggetto i perseguitati politici, e trascorre un lungo periodo di notevoli ristrettezze economiche. Dopo quattro anni senza un lavoro, si adatta a fare  l’imbianchino. Morta la madre, si sposa nel 1941. Apparentemente si mostra ossequiente nei confronti delle direttive del Regime, tanto da essere radiato nel novembre 1942 dallo schedario dei sovversivi, ma
il suo fascicolo viene riaperto a distanza di pochi mesi in quanto si verifica che continua a svolgere attività antifascista clandestina. Nel giugno 1943, ricercato dalla polizia per avere diffuso insieme ad altri propaganda sovversiva a Imola, si rende irreperibile, ma la moglie viene fermata al suo posto e lui è costretto a consegnarsi. Viene scarcerato il 23 agosto 1943, quando già il regime fascista è caduto. Nel periodo successivo all’8 settembre prende parte alla lotta di liberazione come organizzatore e commissario politico della SAP operante nella zona di Castel Bolognese, e pur non partecipando ad azioni armate nell’aprile 1945 consegue il grado di comandante di brigata partigiana. Nell’immediato secondo dopoguerra è uno degli esponenti di maggior rilievo del PCI locale, membro del Consiglio Comunale e Presidente delle Opere Pie. Nel clima della guerra fredda subisce ancora persecuzioni e vessazioni, tanto da dovere lasciare nel 1950 in prepensionamento le Ferrovie, dove era stato riassunto dopo la Liberazione.  A partire dallo stesso anno inizia il suo progressivo allontanamento dal gruppo dirigente del PCI locale, di cui continua ad essere peraltro il militante di maggiore prestigio. Negli anni successivi si dedica soprattutto alla stampa e propaganda, come corrispondente dell’«Unità» e fondatore e principale animatore de «La Torre», il giornale locale della “Giunta d’intesa socialcomunista” e poi del solo PCI, il cui primo numero esce nell’aprile 1954. Continua a studiare e a estendere la sua cultura di autodidatta, e i suoi interessi culturali si rivolgono sempre più verso la storia locale, di cui diviene un apprezzato cultore. Nel 1971 pubblica il primo libro, Un paese di Romagna. Castelbolognese fra due battaglie (1797-1945), cui seguiranno negli anni successivi i volumi Un paese di Romagna. Castelbolognese nel Settecento (1974) e  Comune e popolo a Castelbolognese (1859-1922) del 1980, che riscuotono tutti giudizi ampiamente positivi. Visita biblioteche ed archivi, ed è in corrispondenza epistolare con noti intellettuali. Nei primi anni Settanta è tra i promotori della nascita della Biblioteca Comunale “Luigi Dal Pane” a cui, dopo avere profuso tante energie, lascia in dono anche il proprio archivio personale. Muore a Castel Bolognese il 28 luglio 1982.   (Gianpiero Landi)

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; PS, 1930-31, b.400, fasc. “K1A – Partito Anarchico/indagini Questore Rizzo”; BCDPCB, Fondo Pietro Costa; ISR-RA, Fondo Pietro Costa; BLAB, Fondo Anarchici castellani; ivi, Fondo Nello Garavini; MRBo, Fondo Pietro Costa.

BIBLIOGRAFIA: Scritti di Pietro Costa: Un paese di Romagna. Castelbolognese fra due battaglie (1797-1945), Imola, Galeati, 1971; Un paese di Romagna. Castelbolognese nel Settecento, Imola, Galeati, 1974; Castelbolognese dal fascismo alla liberazione (con Stefano Borghesi), Imola, Galeati, 1975; Comune e popolo a Castelbolognese (1859-1922), Imola, Galeati, 1980; Domenico Liverani 1805-1876 e Domenico De Giovanni 1844-1925. Due prestigiosi musicisti castellani, Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1981; I Garibaldini. Per una storia del Risorgimento a Castelbolognese (con al.), Mostra storico-documentaria 28-31 maggio 1982, Centro Stampa del Comune di Castelbolognese, 1982 (ciclost.). Scritti su Pietro Costa: Ricordo di Pietro Costa, «La Torre» (C. Bolognese), n.4, settembre 1982; Pietro Costa. Scritti inediti ed inventari d’archivio, a cura di S. Borghesi, V. Donati, C. Ghetti e R. Suzzi, Castel Bolognese, Amministrazione Comunale, 1987; Adriano Dal Pont et al., Aula IV. Tutti i processi del Tribunale Speciale fascista, Roma, Anppia, 1961; Roberto Suzzi, Alcune riflessioni sulla sinistra nel dopoguerra, in Associazioni e personaggi nella storia di Castelbolognese, Imola, Galeati, 1980; Mauro De Agostini, Il Movimento Anarchico Milanese nel ventennio fascista, «L’Internazionale» (Ancona), a. XVI, n. 4, aprile 1981; Aldo Magnani, Sessant’anni di un militante comunista reggiano, Milano, Teti, 1982; Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Galeati, 1983; Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984; ACPC, vol.6; Adriano Dal Pont – Simonetta Carolini, L’Italia dissidente e antifascista, vol. 1, Milano, La Pietra, 1980; Giorgio Sacchetti, Gli anarchici nell’Italia fascista attraverso le carte di polizia, in La Resistenza sconosciuta. Gli anarchici e la lotta contro il fascismo. I giornali anarchici clandestini 1943-45, Milano, Zero in Condotta, 1995; Id., Sovversivi agli atti. Gli anarchici nelle carte del ministero dell’Interno. Schedatura e controllo poliziesco nell’Italia del Novecento, Ragusa, La Fiaccola, 2002; Nello Garavini; Testimonianze, Imola, La Mandragora, 2010.

Cavallazzi Arnaldo

Nasce a Castel Bolognese (RA) il 5 settembre 1878 da Raffaele e Maria Contoli; tipografo, poi imprenditore edile. La sua adesione agli ideali libertari in giovane età è probabilmente influenzata dall’esempio del padre, esponente di primo piano dell’anarchismo castellano. Non vanno però trascurati nella sua formazione il ruolo e l’influenza della madre, che proviene da una famiglia di uomini di cultura che annovera ecclesiastici, storici e letterati. Anarchico sarà anche il fratello minore Ribelle. Frequenta le scuole tecniche a Faenza, formandosi poi una discreta cultura politica da autodidatta, attraverso l’intenso studio di libri e giornali anarchici. Il 18 marzo 1897 si arruola volontario nell’esercito. Assegnato al 78° Reggimento Fanteria, consegue il grado di caporale maggiore ed è congedato   il 13
settembre 1899. Ritornato nella città natale apre la Tipografia Cavallazzi, nella cui gestione si alterneranno negli anni vari membri della famiglia. Inizia intanto a svolgere attività politica, mettendosi rapidamente in luce come una delle personalità di maggior spicco tra gli anarchici castellani della sua generazione. Nel “Cenno biografico al giorno 15 settembre anno 1900”, compilato dal Prefetto di Ravenna e conservato presso il CPC, viene definito “di carattere serio, eccitabile, capace di energiche risoluzioni e violenti propositi”. Si aggiunge che fa “attiva propaganda fra i giovani operai con discreto profitto”, e che tra i suoi compagni “gode molta influenza perché è uno dei più istruiti ed energici e anche perché figlio del capo partito. La sua influenza è però circoscritta a Castelbolognese. E’ in corrispondenza con tutti i capi anarchici delle Romagne”.  Invia corrispondenze al «Combattiamo» di Genova e a «L’Agitazione» di Ancona. Riceve giornali anarchici dall’Italia e dall’estero, e anche stampe, circolari e opuscoli. Nel 1900 partecipa a tutte le riunioni clandestine organizzate dagli anarchici locali e a quelle pubbliche e private della Lega dei partiti popolari. Verso la fine dell’anno, nel clima repressivo seguito al regicidio di Bresci, viene denunciato per il reato di associazione sediziosa con il padre e con tutti gli altri componenti il nucleo organizzatore del gruppo socialista-anarchico di Castel Bolognese. Il 4 dicembre 1900 viene prosciolto dal Tribunale di Ravenna, insieme a tutti gli altri imputati, per insufficienza di  indizi.
Seguono alcuni anni relativamente tranquilli, anche se non mancano alcune denunce e processi. L’episodio più clamoroso, in cui viene coinvolto insieme al padre e al fratello Ribelle, ha luogo il 22 ottobre 1905. Durante una conferenza tenuta a Castel Bolognese dal repubblicano Pirro Gualtieri di Cesena, il delegato di P.S. interrompe l’oratore e ordina lo sgombero della sala. Nel trambusto che segue vengono arrestate una decina di persone fra cui l’oratore, Armando Borghi di passaggio intervenuto in sua difesa, e alcuni anarchici del paese compresi i Cavallazzi. Il giorno dopo, mentre gli arrestati vengono trasportati al carcere di Faenza in tre carrozze trainate da cavalli, Borghi riesce a liberarsi delle manette e a darsi alla fuga, permettendo agli altri occupanti della vettura (Arnaldo e Raffaele Cavallazzi, insieme all’oratore Gualtieri) di fare altrettanto. Al processo, svoltosi il mese successivo a Ravenna, Arnaldo viene condannato a 25 giorni di reclusione e a lire 83 di multa. La collaborazione ai giornali anarchici prosegue con le corrispondenze inviate a «L’Aurora» di Ravenna, fondata nel 1904. Assume la presidenza in occasione di un Convegno regionale anarchico tenutosi a Castel Bolognese il 20 ottobre 1907. Si impegna anche nell’attività sindacale. Nello stesso 1907 diventa presidente della Lega di resistenza dei braccianti (creata nel giugno 1906), dopo esserne stato uno dei maggiori promotori.  All’inizio del 1908 viene nominato presidente, segretario e cassiere della lega muratori, all’interno della quale prevalgono gli elementi anarchici. Assume la vice-presidenza, e poi la presidenza, del Corpo dei Pompieri volontari, fondato a Castel Bolognese nel gennaio 1909. Assolverà volontariamente a questo compito per circa trent’anni, fino allo scioglimento del Corpo in epoca
fascista (tra l’altro, la squadra di Cavallazzi parteciperà nel 1919 alle operazioni di soccorso dopo il terremoto a Vicchio del Mugello). Compie inoltre vari atti di coraggio fin dalla più giovane età, salvando
persone dalle acque e dal fuoco. Tra il 1907 e il 1909 lascia la Tipografia nelle mani del fratello. In seguito dà vita a una propria impresa edile, che in breve tempo diviene una delle maggiori del paese, arrivando a contare fino a una ventina di operai. Si è nel frattempo sposato, e presto la famiglia si amplia con la nascita di 3 figli. Nel desiderio di dare un fattivo contributo alla soluzione dei problemi della popolazione, non esita a entrare a fare parte di commissioni pubbliche municipali, da cui la maggioranza dei suoi compagni si tiene lontana per prevenzioni ideologiche. Nel 1911 è membro, insieme all’anarchico Oreste Zanelli, della Commissione Comunale per l’Igiene. Nel 1914 si schiera contro l’intervento dell’Italia in guerra. Richiamato alle armi l’8 maggio 1915, subito dopo il ricevimento dell’avviso si mette “a Castelbolognese a fare attivissima propaganda in quelle campagne per sollevare i coloni per una pubblica manifestazione per la sera dell’8 stesso, contro la guerra”. Costretto a partire e aggregato al 133° Battaglione di Milizia Territoriale di Bologna, viene congedato il 23 gennaio 1919 col grado di sergente maggiore, promosso e decorato per avere salvato dei feriti.  Nell’immediato primo dopoguerra si prodiga gratuitamente per gli operai disoccupati, ricevendoli la sera nei locali dell’Ufficio Tecnico comunale per registrarli e fare avere loro un sussidio. Il suo congedo
coincide con una fase di rilancio del movimento anarchico castellano, che vede ingrossarsi le sue file con l’afflusso di una nuova leva di militanti. Le diversità generazionali si fanno avvertire, e si formano due gruppi sulla base dell’età. Arnaldo Cavallazzi diviene il responsabile del gruppo degli adulti, mentre il gruppo giovanile è animato soprattutto da Nello Garavini. Entrambi partecipano come delegati dei due gruppi castellani a vari Convegni anarchici emiliano-romagnoli, e sono presenti anche al Congresso nazionale di Bologna della UAI (1-4 luglio 1920).  L’ascesa del fascismo comporta aggressioni e persecuzioni per tutti gli oppositori. Il 15 ottobre 1922,
durante una manifestazione di reduci, Cavallazzi è accusato di avere offeso la bandiera della locale Sezione Combattenti, e per salvarsi dai fascisti che gli danno la caccia, deve fuggire e restare per qualche tempo fuori paese. Dopo l’avvento al potere di Mussolini, subisce innumerevoli perquisizioni domiciliari ad opera dei carabinieri istigati dai fascisti locali, al ritmo di una ogni settimana o quindici giorni, per circa sette o otto anni, fin verso il 1929. Subisce anche alcune aggressioni da uno squadrista suo vicino di casa, capo-manipolo e poi seniore della milizia, che manifesta un particolare accanimento nei suoi confronti. Nel 1927 è arrestato insieme a molti altri oppositori del regime a seguito dell’attentato subìto a Ravenna dal gerarca Ettore Muti. Gli arrestati castellani, circa una ventina tra
anarchici e socialisti, vengono rilasciati a piccoli gruppi nelle settimane successive, ma Cavallazzi e altri 5 ricevono l’ammonizione, che comporta l’arresto e la prigione nel caso  di  ogni  infrazione anche
minima. L’ammonizione gli sarà revocata nel giugno 1929, ma la sorveglianza nei suoi confronti, per quanto allentata, proseguirà fino alla caduta del fascismo. Dopo l’8 settembre 1943 collabora alle iniziative clandestine di un gruppo animato da Padre Samoggia, un frate cappuccino che cerca di fornire aiuto agli sbandati, agli evasi dai campi di concentramento, ai perseguitati politici e ai renitenti alla leva, fornendo ricoveri e abiti civili (per questo il frate sarà arrestato, tradito da una spia). Nell’ultimo anno di guerra e in particolare durante l’inverno 1944-45, allorché il fronte si ferma sul fiume Senio e i tedeschi tengono in ostaggio la popolazione civile impedendone l’evacuazione, Arnaldo Cavallazzi. ha modo di dimostrare grandi doti di generosità umana e di spirito di sacrificio, prodigandosi in favore dei concittadini sottoposti a tremendi disagi e pericoli. Dal 30 novembre 1944 al 15 maggio 1945 costituisce e dirige la squadra di soccorso dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), che senza alcun compenso si occupa di dare soccorso ai feriti rimasti sotto le macerie dei bombardamenti e sepoltura ai morti, e inoltre svolge servizio antincendio e anticrollo, tra molti pericoli (lo stesso Arnaldo resterà ferito a un piede  da  una  scheggia di granata,  e     due
componenti della squadra, tra cui suo genero Ariovisto Liverani, moriranno). Salva inoltre dalla completa distruzione l’Archivio comunale e un affresco della Madonna del XVI secolo della Chiesa    di
S. Sebastiano, colpita dai bombardamenti. Partecipa alle riunioni del Comitato Cittadino, e in seguito della Consulta Comunale, organismi formati da esponenti di varie correnti politiche antifasciste, che si propongono di garantire l’ordine pubblico e affrontare le necessità della popolazione. All’interno della Consulta, creata il 1 gennaio 1945, Cavallazzi assume compiti di carattere sanitario, assistenziale e annonario. Il 4 gennaio 1945, di sua iniziativa e con il consenso dei membri della Consulta, nonostante l’età ormai avanzata Cavallazzi compie un viaggio a piedi fino a Bologna per domandare che Castel Bolognese (tagliata fuori dal resto della provincia di Ravenna a causa del fronte) sia aggregata a quella provincia e per chiedere viveri e medicinali. L’impresa ha successo, con notevole sollievo per la popolazione castellana ormai allo stremo. Dopo la Liberazione, Cavallazzi in rappresentanza degli anarchici entra a fare parte del nuovo CLN unitario creato il 30 aprile 1945. Si occupa della rinascita del movimento, dando impulso all’attività del risorto Gruppo anarchico e stabilendo contatti coi compagni delle altre città romagnole. Muore a Castel Bolognese l’11 maggio 1946. Il 5 ottobre 1947 gli verrà concessa una Medaglia d’Argento al Valore Civile alla memoria, in riconoscimento dell’opera prestata a favore della popolazione civile durante la fase finale della guerra.   (Gianpiero Landi)

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; Archivio privato Scilla Cavallazzi Liverani;  BLAB, Fondo Anarchici castellani; Intervista a Scilla Cavallazzi Liverani, rilasciata a Gianpiero Landi e Francesca Zama il 21 luglio 1986; BCDP-CB, Sezione Locale, Miscellanea.

BIBLIOGRAFIA: Armando Borghi, Conferma anarchica (Due anni in Italia), Forlì, «L’Aurora», 1949; Id., Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), Napoli, ESI, 1954; Oddo Diversi, Il territorio di Castelbolognese, Imola, Galeati, 1972; Angelo Donati, Sul Senio il fronte si è fermato. Castelbolognese 1943-1945, Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1977; Comune di Castelbolognese, Testimonianze e documenti della Resistenza a Castelbolognese, Faenza, Centro Stampa Comunale, 1981; Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Grafiche Galeati, 1983; Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984; Scilla Cavallazzi Liverani, Sopravvivere ad ogni costo fu l’incitamento che Arnaldo Cavallazzi rivolse in modo esemplare alla popolazione di Castelbolognese, «Vita Castellana», n. 1 (n.s.), 1985; Gianpiero Landi, Una famiglia di anarchici castellani: i Cavallazzi, in Aspetti della società tra Ottocento e Novecento, Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1987; Carlo Martelli, Fascismo antifascismo resistenza guerra di liberazione a Tredozio e in altri comuni della Romagna, s.l., s.n., 1993; Nello Garavini, Testimonianze, Imola, La Mandragora, 2010.

Capra Giovanni

Nasce a Castel Bolognese (RA) il 16 settembre 1865 da Enrico e Lia Pirazzini; negoziante. Detto Cita e anche è Budgè (il Botticello, in dialetto romagnolo). Appartiene a una famiglia di patrioti: il nonno materno, Giovanni Pirazzini detto Zagliòna, era stato decapitato sulla piazza di Castel Bolognese per ordine del governo pontificio; il nonno paterno Luigi aveva preso parte alle congiure e ai moti del Risorgimento; il padre e tutti gli zii, sia paterni che materni, erano stati garibaldini (un fratello del padre, anche lui chiamato Giovanni, dopo avere trascorso tredici anni nelle carceri pontificie di Paliano, aveva combattuto a Villa Glori nel 1867). Dopo essere stato da giovane suonatore di tromba in una banda militare, rientra a Castel Bolognese dove vive insieme alla famiglia che gestisce uno spaccio di Sali e Tabacchi. Poco si conosce della attività politica da lui svolta nel paese natale. La sua relativa notorietà si deve essenzialmente alle circostanze della morte, avvenuta combattendo come volontario nella guerra greco-turca del 1897, scoppiata a causa dell’insurrezione di Creta contro i Turchi. In Italia, fin dalle prime avvisaglie del conflitto, si sviluppa un ampio movimento di solidarietà pro-ellenica, per l’invio di aiuti e per l’arruolamento di volontari. I più attivi sono i repubblicani, assecondati spesso dai socialisti, ma si fanno coinvolgere anche alcuni anarchici più sensibili al richiamo dell’azione, soprattutto dopo l’appello di Amilcare Cipriani in favore dell’intervento. L’ex colonnello della Comune subito accorre in Grecia, dove si forma una Legione Cipriani sotto il suo comando (contrario alla partecipazione degli anarchici è invece Malatesta, che pubblica una serie di argomentati articoli su «L’Agitazione»). Anche a Castel Bolognese si forma un comitato, composto in buona parte da reduci garibaldini, che si fa promotore di una spedizione di volontari. I castellani che nell’aprile 1897 riescono a partire e a raggiungere il suolo ellenico sono sei: lo stesso Capra, Paolo Dall’Oppio, Paolo Lanzoni, Ugo Silvestrini, Giovanni Tosi e l’anarchico Antonio Raccagna.. Altri tre castellani partiti successivamente, gli anarchici Ugo Diversi e Paolo Lama e il diciassettenne Marco Lanzoni, verranno fermati con altri 44 volontari romagnoli in alto mare dalle guardie di finanza e costretti a tornare a casa. Capra e i suoi compagni, che viaggiano anch’essi con altri romagnoli, giunti in Grecia si arruolano nella Camicie Rosse di Ricciotti Garibaldi, e vengono inquadrati nel primo battaglione al comando dell’ufficiale garibaldino Luciano Mereu. Il 17 maggio, in assenza del Mereu e presente Amilcare Cipriani (che ha dovuto sciogliere la sua formazione e si è unito alle Camicie Rosse), prendono parte alla battaglia di Domokos, in Tessaglia. Al termine della battaglia, nel corso della quale i volontari italiani resistono per ore all’assalto di preponderanti forze nemiche ma devono infine ritirarsi per ordine del Comando greco e per l’esaurirsi delle munizioni, tra i morti si contano anche Capra e Silvestrini, mentre Dall’Oppio viene ferito gravemente a una gamba. Tra i caduti di Domokos risulta anche il deputato repubblicano Antonio Fratti di Forlì, mentre Cipriani viene ferito. Capra è tra i primi a cadere sotto il fuoco nemico. “Si tramanda che (…) venisse colpito quattro volte da palle turche, ma che non desistesse per questo dall’esporsi, ed anzi gridasse: “Toti al mei, toti al mei!” (cioè “Tutte a me le pallottole”), finchè un quinto colpo lo stroncò per sempre” (Stefano Borghesi). Dopo la morte verrà rivendicato come appartenente alla propria corrente politica sia dagli anarchici che dai socialisti. «L’Agitazione» (22 maggio 1897) lo cita tra gli anarchici caduti in Grecia, e “Socialista-Anarchico” verrà definito in un opuscolo del 1901 dall’anconetano Palermo Giangiacomi,  reduce egli
stesso dell’impresa garibaldina del 1897. Rifacendosi a questa tradizione molti anni dopo Pier Carlo Masini includerà Capra nella sua Storia degli anarchici italiani. Giornali romagnoli del PSI, come «La Lotta» di Imola, ne parleranno al contrario come di un aderente al proprio partito. Il dottor Umberto Brunelli di Castel Bolognese, futuro deputato del PSI, in una lettera a Ricciotti Garibaldi da questi pubblicata nel suo libro La camicia rossa nella guerra greco-turca, 1897 (1899), lo definirà “socialista convinto” (nel documento si dice anche che “tutte le lettere da lui spedite dalla Grecia e riboccanti d’affetto per i suoi e per la fidanzata, rivelano lo sdegno suo per l’azione incerta del governo greco e il suo ardente desiderio del battesimo del fuoco”).
In breve la notizia delle morti giunge in patria provocando grande commozione. La domenica successiva si svolge a Castel Bolognese, con larga partecipazione di popolo e forestieri venuti da altre località della Romagna, una solenne commemorazione dei due concittadini caduti. Ai primi di giugno, dopo la conclusione sfortunata della campagna, i sopravvissuti ritornano a Castel Bolognese. I parenti si adopereranno in ogni modo per il recupero delle salme, ma senza risultato (sembra che i cadaveri rimasti quel giorno sul campo di battaglia siano stati sepolti tutti insieme dai turchi in una fossa comune). Gli onori ai caduti vengono rinnovati in una manifestazione in piazza il 25 maggio 1899. Un monumento a Capra e Silvestrini viene eretto nel Cimitero Comunale di Castel Bolognese e inaugurato
il 22 maggio 1902, per iniziativa del locale Comitato “Pro Civiltà”, oratore ufficiale il deputato repubblicano Ettore Socci. Gli anarchici, che avevano preso parte alla commemorazione del 1897 con un proprio oratore (il faentino Bosi), questa volta diffondono un manifestino, subito sequestrato, in cui dichiarano di disertare la cerimonia considerandola una manifestazione a scopo essenzialmente patriottico.    (Gianpiero Landi)

FONTI: BLAB, Fondo Guerra greco-turca 1897 – Domokos; ivi, Fondo Anarchici castellani; MRBo, Fondo Ass. Naz. Veterani e Reduci garibaldini – Bologna; Fondi tematici. Gollini 1967-70; In oriente. La guerra greco-turca, «Avanti!», 21 e 22 maggio 1897; Aristide Polastri, La battaglia di Domokos, «Il Secolo», 21-22 maggio 1897; Id., I nomi dei garibaldini morti e feriti a Domokos, ivi, 22-23 maggio 1897; Pei volontarii in Grecia, «L’Agitazione», 22 maggio 1897; Giuseppe Ciancabilla, La battaglia di Domoko II, «Avanti!», 26 maggio 1897; Da Castel Bolognese, «Il Lamone» (Faenza), a.XVI, n.18, 25 aprile 1897; La Commemorazione pei caduti di Domoko a Castel Bolognese, ivi, a.XVI, n.23, 30 maggio 1897; Da Castel Bolognese, ivi, n. 22, 28 maggio 1899; Raffaele Serrantoni, Ai cavalieri dell’umanità, «La Lotta» (Imola), a.V, n.22, 18 maggio 1902; Un reduce da Castelbolognese, I cavalieri dell’umanità, «Il Risveglio» (Faenza-Forlì), a.IX, n.18, 24 maggio 1902.

BIBLIOGRAFIA: G. Raffaele Serrantoni – Ercole Tamburini, Alla campagna di Grecia.  Aprile-Maggio 1897, Imola, Lega Tipografica, 1897; Paride Marincola-Cattaneo, In Grecia. Ricordi e considerazioni di un reduce garibaldino, Catanzaro, Tip. del Giornale il «Sud», 1897; Gustavo Papi, La guerra greco-turca. Note ed impressioni di un volontario
garibaldino della Colonna Mereu, Casalbordino, Stabilimento N. De Arcangelis, 1898; Ricciotti Garibaldi, La camicia rossa nella guerra greco-turca, 1897, Roma, Tip. Coop. Sociale, 1899; Palermo Giangiacomi, La Battaglia di Domockos, Ancona, Tip. G. Romani, 1901; Teodoro Monicelli, Nel XXV anniversario di Domokos 17 Maggio 1897-17 Maggio 1922, «Il Nuovo Giornale» (Firenze), 17 maggio 1922; Michele Campana, Il 40° annuale della battaglia di Domokos – I due superstiti di Castelbolognese, «Corriere Padano», 16 maggio 1937; Anselmo Marabini, Prime lotte socialiste, Roma, Rinascita, 1949; Armando Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), Napoli, ESI, 1954; Francesco Serantini, Le ricordanze, in Id., Racconti, a cura di Giovanna Maramotti Bosi, Bologna, Calderini, 1970; Pietro Costa, Un paese di Romagna. Castelbolognese fra due battaglie (1797-1945), Imola, Galeati, 1971; Stefano Borghesi, Camicie Rosse a Domokos, «La Piê», a.XLIII, n.4, luglio-agosto 1974; Pietro Costa, I caduti di Domokos, «La Torre» (C.Bolognese), n.2, maggio 1977; Id., Comune e popolo a Castelbolognese (1859-1922), Imola, Galeati, 1980; Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati, Milano, Rizzoli, 1981; I Garibaldini. Per una storia del Risorgimento a Castelbolognese, Mostra storico-documentaria 28-31 maggio 1982, Centro stampa del Comune di Castelbolognese, 1982 (ciclost.); Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Galeati, 1983; Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984; Nello Garavini, Testimonianze, Imola, La Mandragora,
2010.

Borghesi Antonio

Borghesi  Antonio

Nasce a Castel Bolognese (RA) il 16 giugno 1853 da Giuseppe e Cecilia Borzatta; cameriere. Nel 1861, ancora bambino, si trasferisce con i genitori a Imola (BO) dove poi risiederà in prevalenza, lavorando come cameriere d’albergo. Prima ancora di compiere i venti anni aderisce all’Internazionale e ne diviene uno dei membri più attivi e determinati. Nelle fonti di polizia viene definito “fanatico”, “di carattere apparentemente mite, ma di animo perverso” e “capace di qualunque azione criminosa”. È considerato pericoloso per la propaganda “specialmente se tra giovinetti per la parola facile e persuasiva che ha; per l’attitudine a collaborare nei giornali sovversivi. Egli inoltre è uomo d’azione, capace di dirigere un movimento e di agire personalmente a seconda dei casi”. Nel 1879 viene processato con altri 17 internazionalisti e condannato dal Tribunale di Bologna a 18 mesi di carcere per “associazione di malfattori”, ma viene poi assolto in appello (dove la difesa è assunta dall’avv. Giuseppe Ceneri). Tra il 1880 e il 1883 è socio del Circolo Socialista di orientamento costiano, a cui all’epoca aderiscono anche gli anarchici imolesi. Nel gennaio del 1884 si dimette dal Circolo con una lettera (pubblicata da «La Questione Sociale» di Firenze) in cui si dichiara “vecchio internazionalista” e “anarchico comunista rivoluzionario” e attacca violentemente “le vergognose transazioni del deputato Andrea Costa”. Aderisce quindi alla sezione dell’Internazionale che si sta ricostituendo ad opera di Adamo Mancini, Giuseppe Benati, Antonio Castellari e altri. Nel luglio 1886 subisce un’altra condanna a 3 anni per furto. Per sottrarsi alla pena ripara all’estero ma viene estradato. Scontata la pena e rientrato a Imola, è uno dei promotori “della costituzione della Sezione anarchica” locale, di cui diviene “uno dei capi”. “È presuntuoso, ama distinguersi e vuol comandare; egli è perciò anche capo dell’associazione fra camerieri” di Imola. Nell’aprile 1892, in prossimità del 1° Maggio, viene arrestato per “associazione a delinquere”, ma viene dichiarato il non luogo a procedere per insufficienza di prove. Gira spesso in Romagna a scopo di propaganda, ed “esercita molta influenza nel suo partito”. Scrive su vari giornali anarchici (tra cui il periodico imolese «La Rivendicazione», dove usa lo pseudonimo Jamba, e il numero unico «La Canaglia» ), ed è in corrispondenza con Amilcare Cipriani e altri esponenti influenti del movimento. Nel 1894 è occupato come cameriere presso il Caffè Ristorante della Stazione di Castel Bolognese, gestito dalla madre dell’anarchico Ugo Biancini, e ne approfitta per ospitare nel locale riunioni politiche e per tenere relazioni con i compagni dei circondari di Imola, Faenza e Lugo, in transito lungo la linea ferroviaria. Questa attività, che vede coinvolti anche lo stesso Biancini, Raffaele Cavallazzi e l’imolese Adamo Mancini, allarma le autorità che prendono provvedimenti. Nell’ottobre 1894 Borghesi viene condannato a 3 anni di domicilio coatto che sconta poi, a partire dal gennaio successivo, a Porto Ercole, alle Tremiti, a Ustica e a Ponza. Liberato in anticipo il 1 novembre 1896, rientra a Imola dove nel 1898 viene di nuovo arrestato per associazione a delinquere, ma si dichiara poi il non luogo a procedere per insufficienza di prove.  Firma la protesta per il processo di Ancona a carico di Malatesta e compagni per “associazione di malfattori” pubblicata nel Supplemento de «L’Agitazione» nell’aprile 1898, e la successiva protesta per un altro processo agli anarchici del capoluogo marchigiano per “associazione sediziosa” («L’Agitazione», luglio 1900). Nel frattempo nel 1899 si sposa. Nel 1901 si iscrive al PSI, dove aderisce alla tendenza sindacalista, dimostrando però limitato interesse per le questioni politiche, dedicandosi prevalentemente al lavoro e alla famiglia. Nel 1907 si trasferisce definitivamente per lavoro a Milano, dove viene assunto come fattorino e non dà più luogo a rimarchi. Nel 1919 si distacca anche dal PSI. Negli anni successivi risulta simpatizzare per il fascismo, divenendo anche venditore ambulante de «Il Popolo d’Italia». Muore a Milano il 26 dicembre 1936. (Gianpiero Landi – Tomaso Marabini)

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; ASBo, GP, Registri vari: Registro-Rubrica degli Affiliati ai Partiti Sovversivi (1895-96); SASI, GSP, 1878-1900; BLAB, Fondo Anarchici Castellani; ASFAI Imola, Fondo Anarchici Imolesi.

BIBLIOGRAFIA: Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984.

Elenco sigle di archivi

Elenco sigle di archivi, biblioteche, istituti, centri di documentazione

ACS         Archivio Centrale dello Stato – Roma

ASBo       Archivio di Stato – Bologna

ASFAI     Archivio Storico della Federazione Anarchica Italiana – Imola

BCDP-CB     Biblioteca Comunale “Luigi Dal Pane” – Castel Bolognese

BLAB            Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” – Castel Bolognese

CPC         Casellario Politico Centrale (presso ACS – Roma)

GP           Gabinetto di Prefettura

GSP        Gabinetto di Sottoprefettura

ISR-Bo   Istituto Storico della Resistenza – Bologna

ISR-RA   Istituto Storico della Resistenza – Ravenna (Alfonsine)

MRBo     Museo Civico del 1° e 2° Risorgimento – Bologna

SASI         Sezione Archivio di Stato – Imola